Identificazione di un cut-off per anticorpi anti-infliximab persistenti come predittore della risposta alla monoterapia con infliximab

Il ruolo clinico e predittivo della presenza e della concentrazione degli anticorpi anti-infliximab (anti-infliximab antibodies, AIA) è ancora discusso, sia nei pazienti con malattia di Crohn (MC) che in quelli con colite ulcerosa (CU). Tuttavia, ci sono evidenze crescenti della loro utilità nel migliorare la gestione di pazienti in trattamento biologico che presentano una perdita di risposta (loss of response, LOR).

Gli AIA possono essere suddivisi in due tipi, persistenti e transitori, sulla base della loro presenza in campioni multipli e della loro capacità di interferire con i livelli sierici (trough levels, TL) di infliximab e, pertanto, AIA persistenti sembrano giocare un ruolo primario sull’outcome del trattamento. La MC è una malattia cronica del sistema digerente che può colpirne, con distribuzione varia e segmentaria, qualsiasi sezione dalla bocca all’ano; coinvolge più frequentemente l’ileo terminale o il colon. La colite ulcerosa è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino che interessa gli strati superficiali della mucosa intestinale.

L’obiettivo dello studio retrospettivo di L. Del Nero (Dip. di Medicina interna, Università di Genova) e colleghi, presentato all’ECCO 2016, è stato valutare la rilevanza clinica di AIA persistenti in una coorte con singolo centro di pazienti con malattia infiammatoria intestinale (IBD). I ricercatori hanno selezionato dalla loro coorte di 56 pazienti con malattia infiammatoria intestinale (inflammatory bowel disease, IBD) trattati con monoterapia con infliximab (IFX) quelli che avevano raggiunto la remissione clinica e biochimica dopo induzione (programma IFX: 5 mg/kg alle settimane 0, 2 e 6), ovvero 18 pazienti (32,1%) che avevano sviluppato AIA persistenti durante il follow-up di 48 settimane.

I campioni ematici sono stati prelevati in momenti temporali standardizzati (basale, 2, 6 e ogni 8 settimane) prima dell’infusione di IFX. TL e AIA sono stati misurati utilizzando un homogenous mobility shift assay (HMSA; Prometheus Lab, San Diego, California, USA). L’attività di malattia clinica è stata valutata sia alla settimana 14 (vale a dire dopo l’induzione) sia alla settimana 48 mediante l’Harvey-Bradshaw Index (HBI, remissione definita da HBI < 5) nei pazienti con MC e mediante il punteggio Mayo per i pazienti con CU (remissione definita da punteggio Mayo < 2). Inoltre, sono state misurate la proteina C reattiva e la velocità di eritrosedimentazione (VES).

I risultati esposti, dicono che 18 pazienti (11 MC e 7 CU, 10 uomini, 8 donne, età mediana 39,5 anni, intervallo 18-69) hanno sviluppato AIA persistenti a una mediana di 2 settimane (intervallo 2-22) durante 48 settimane di follow-up. Tra essi, 12 (66,7%) hanno presentato LOR durante il periodo di follow-up.

AIA mediani erano significativamente più elevati in pazienti che mostravano LOR in confronto con pazienti che mantenevano la remissione (8,29 U/ml, intervallo 0,62-30,52 U/ml, vs. 1,41 U/ml, intervallo 0,77-9,94 U/ml; p = 0,04). La curva ROC ha identificato un cut-off di AIA persistenti di 3,91 U/ml come soglia con l’accuratezza più alta per l’identificazione di coloro che andavano incontro a ricadute (AUROC = 0,799, specificità = 75,0%, e sensibilità = 83,3%).

In conclusione, hanno detto i ricercatori italianai, la presenza precoce di concentrazioni sieriche elevate di AIA persistenti durante la monoterapia con IFX è associata con un rischio elevato di LOR. Inoltre, l’uso di un cut-off della concentrazione di AIA di 3,91 U/ml può essere utile per identificare in modo accurato pazienti con LOR, sebbene tali risultati necessitino di essere confermati in serie più ampie.


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